D’Angelo al tavolo regionale della rete della protezione e dell’inclusione sociale indica linee e proposte su cui lavorare in modo da poter condividere un percorso e generare un cambiamento delle dinamiche sociali.

Pubblichiamo di seguito l’intervento di Tommaso D’Angelo alla riunione del tavolo della rete della protezione e dell’inclusione sociale convocato in data 5 settembre 2023 dall’ assessorato ai Servizi sociali, Disabilità, Terzo Settore, Servizi alla Persona della regione Lazio.

Nel mio intervento non voglio analizzare i dati sulle condizioni di disagio sociale che riguardano le persone che faticano a far valere i diritti costituzionali di fronte agli scenari economico-culturali che stiamo vivendo. In parte sono stati illustrati oggi e altri sono conosciuti e diffusi e penso che tutti qui ne abbiano lettura. Sicuramente avrete accesso a dati quantitativamente e qualitativamente migliori di quelli che potrei offrire io con un breve intervento. Dando per scontato il lavoro analitico, provo piuttosto a descrivere in maniera sintetica linee e proposte su cui lavorare in modo da poter condividere un percorso.
Ci troviamo spesso a rispondere a situazioni di emergenza sociale sul piano delle povertà economiche, educative e relazionali, mettendo in campo tutte le nostre capacità di problem-solving e cercando con le risorse che abbiamo a disposizione di rispondere nel migliore dei modi alla società che abbiamo davanti. Questo va bene, ma quando iniziamo a chiederci chi pone le domande fondamentali di senso e le esigenze alla nostra società, a cui noi stessi ci prodighiamo a rispondere?
Una volta era la politica che definiva le grandi questioni sociali e le sfide da affrontare e i partiti ognuno con sensibilità diverse provavano a rispondere a queste esigenze comuni. Oggi è il sistema economico-finanziario che impone le domande sociali fondamentali e organizza la società e questo sta a dimostrare l’impotenza della politica e della funzione amministrativa di fronte al vincolo di bilancio e alla scelta limitata di dove destinare le risorse con la consapevolezza che occorre sempre crescere economicamente, ma soprattutto rispondere finanziariamente; e gli ultimi, i fragili, chi è in un momento di difficoltà non è l’eccellenza della produzione di valore pecuniario su cui investire.
Parto con questo ragionamento per dire che ogni minimo sforzo di investimento di risorse economiche e relazionali se non trasforma questo sistema fallisce e se non cambia le prospettive sociali di fondo con nuove domande fallisce. Ne va del piccolo potere ancora riservato alla democrazia. Mettere le pezze serve, ma non è sostenibile senza generare un cambiamento.
Dopo questa premessa veniamo ora a tre tematiche legate a proposte di collaborazione sulle quali vorrei porre la vostra attenzione:

  • In primo luogo la povertà educativa e il debito lasciato dalla pandemia. Abbiamo chiesto alle nuove generazioni durante la pandemia un grande sacrificio per poter far fronte all’emergenza e salvare la vita delle persone più anziane e fragili e questo è onorevole e ineccepibile, ma ci siamo dimenticati del debito nei loro confronti. Dopo avergli tolto opportunità relazionali, educative, formative e molte delle condizioni per uno sviluppo sano della loro socialità, oggi ci troviamo a fare i conti con un divario educativo e di acquisizione di competenze esasperato tra regioni e provenienza sociale oltre che situazioni di sofferenza psicologica, per cui occorre attivare e sostenere reti che tengano insieme scuola, servizi sociali e terzo settore per la rigenerazione della comunità. Questo avviene solo se le amministrazioni prendono sul serio le opportunità derivanti dalla co-programmazione e dalla co-progettazione e gli enti sanno lavorare in sinergia per il bene comune.
     
  • Così arriviamo al secondo tema, quello del lavoro, che è intrinsecamente legato al precedente e vi pongo questa domanda: di fronte al mismatch tra domanda e offerta di lavoro, vogliamo una scuola più competitiva o il lavoro più inclusivo? occorre riattivare un rapporto circolare virtuoso tra scuola, lavoro e comunità. Per prima cosa dobbiamo metterci d’accordo se vogliamo una scuola inclusiva o competitiva, perché fare la scuola inclusiva a parole, mentre si adottano sistemi selettivi per puntare all’emersione delle eccellenze e l’adattamento al mondo del lavoro non è sostenibile. Da molti anni ormai si fa un’ibridazione di due modelli contraddittori e le conseguenze sono che magari si fanno iniziative culturali a sostegno dei bisogni educativi speciali e poi mancano gli insegnanti di sostegno, luoghi accoglienti o personale formato a promuovere la crescita dell’alunno come cittadino, più che la funzione di competere nel mondo del lavoro. Per questo occorrerebbe distinguere il ruolo dell’educazione scolastica da quello della formazione professionale senza confonderli. Non sarebbe meglio riportare la formazione professionale nelle aziende e assegnare alla scuola il compito di dare competenze di base e gli strumenti per la costruzione della società democratica? Oggi escono dalle scuole molti alunni senza competenze di base e a digiuno del funzionamento della società con un po’ di competenze professionali spesso insufficienti ad entrare subito nel mondo del lavoro. In questo campo la regione può fare molto riportando la formazione professionale nelle aziende dove davvero si impara una professione e favorendo l’educazione di base adattandola ai percorsi personali di giovani e adulti e verificandone l’acquisizione. La formazione professionale è la chiave per affrontare i divari sociali ed economici e non può prescindere da investimenti volti a riattivare l’ascensore sociale per chi ha meno opportunità sul mercato del lavoro, ma il mercato dev’essere regolato e incentivato ad assumere tutti, anche persone su cui occorre investire di più, non solo personale già pronto a costo zero da inserire come pedine nei ruoli. Penso soprattutto ai giovani, molti dei quali abbandonano i loro territori: lo stile del contratto di apprendistato, seppur migliorabile è una proposta valida che può essere utilizzata con accorgimenti anche in altre fasce di età per il reinserimento nel mondo del lavoro, ma la “cultura dello stage” a termine e spesso non retribuito o utilizzato per assumere manodopera a basso costo, causa condizioni di sfruttamento e uccide il desiderio dei giovani e le loro speranze di vita. Infine bisogna affrontare la questione del giusto salario, perché l’impegno lavorativo sia riconosciuto in modo sostenibile e dignitoso.
    Ci dedichiamo di più alle attività economiche, che a prenderci cura della comunità, ma perché non riusciamo ad integrare le due facce di una stessa medaglia? É proprio la cultura della cura che mette insieme le espressioni sociali ed economiche con il territorio su cui queste avvengono, generando dei luoghi quando il funzionamento è virtuoso; mentre quando degenerano in non-luoghi diventano la sede di episodi di violenza e sopraffazione. Infatti solo il sentirsi comunità dei cittadini adulti come educatori, testimoni del senso, della dignità della vita umana e delle sue espressioni, può intervenire sulla prevenzione delle tragedie.
  • Sempre a questo proposito vorrei porre la vostra attenzione su un terzo tema e opportunità di collaborazione: la questione infrastrutturale e di pianificazione territoriale per un ambiente vivibile e ricco di opportunità generative non solo nella capitale, superando l’impostazione romanocentrica che causa il sottosviluppo delle periferie e delle aree interne oltre che infierire sull’offerta di servizi territoriali dalla sanità al trasporto pubblico che coinvolgono tutti in quanto servizi pubblici, ma soprattutto chi non può sopperire alle mancanze rivolgendosi ad un fornitore privato.
    Inoltre vorrei chiedere a proposito della rigenerazione urbana come si intende sopperire all’eliminazione delle risorse che erano state stanziate a questo scopo con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e non riconfermate con la revisione del piano.
    Speriamo che anche nella pianificazione territoriale sia coinvolto il terzo settore e chi vive i luoghi interessati da nuovi investimenti, affinché nascano luoghi inclusivi ed integrati e non si debba passare tra luoghi esclusivi e quartieri ghetto.
    ogni azione concreta auspichiamo che metta in atto le tre modalità di collaborazione appena descritte anche per affrontare i temi all’ordine del giorno:
     
  • Il Fondo povertà: su questo argomento vorrei sottolineare l’importanza del personale deputato a gestire sul campo le risorse messe a disposizione da questo fondo e la necessità dell’incremento degli assistenti sociali che agiscono sul territorio per prendere in carico le persone con i loro bisogni e inserirle in piani progettuali di riscatto sociale. Dalla qualità del loro lavoro dipende molto della qualità delle politiche sociali. Infatti è di fondamentale importanza la progettualità più che l’erogazione di contributi fini a sé stessi tramite gli enti locali. Più che bonus, servono contributi e strutture per chi prende parte a un percorso di reinserimento nel tessuto economico e sociale. In questo è di fondamentale importanza che gli enti pubblici coinvolgano gli enti del terzo settore sul territorio. Quindi funzionano meglio i contributi finalizzati e sarebbe utile uno strumento semplificante sul quale far convergere i vari contributi e che permetta di esercitare un controllo sulla spesa (per esempio una carta unica per l’assistenza sociale sulla quale le persone ricevono tutti i contributi come quella del reddito di cittadinanza). É importante mantenere un coordinamento con le risorse destinate alla formazione e l’abilitazione alle mansioni lavorative delle categorie protette e dei disoccupati e le agevolazioni nei servizi come asili, spese scolastiche e trasporto pubblico. É inoltre importante garantire delle linee di tutela per l’accesso al credito per esempio con progetti di microcredito anche per contrastare il fenomeno dell’usura.
     
  • La questione dell’emergenza abitativa, che riguarda anche la linea di investimento 1.3 della misura 5 2a componente del Piano Nazionale di Ripresa Resilienza è una questione che con l’abbandono dei programmi per l’edilizia popolare e agevolata vede spesso gli enti locali privati del sostegno necessario a far sì che tutti possano avere un alloggio dignitoso e delle strutture adeguate a gestire questa tipologia di intervento di assistenza sociale nelle fasi emergenziali. In questo contesto é importante saper distinguere le esigenze di famiglie e anziani per permettere alle famiglie con minori di alloggiare temporaneamente in contesti protetti e tener conto dell’età anagrafica anche per specifiche esigenze socio-sanitarie dovute alla vecchiaia; così come è importante offrire un servizio assistenziale quanto più attento alle esigenze della persona destinataria. I cosiddetti “dormitori” devono diventare luoghi di innesco di una progettualità che porti ad intraprendere un percorso personalizzato e una finestra sul panorama dei servizi. l’utilizzo di queste strutture per un tempo prolungato da parte di chi ne ha bisogno costituisce un fallimento oltre all’occupazione di risorse destinate ad una fase prettamente emergenziale.
     
  • L’ Assistenza Domiciliare Integrata risponde ad un modello vincente e decentralizzato di sanità pubblica, che potrebbe anche essere allargato e avere vantaggi economici se si pensa ad esperienze come ad esempio l’assistente familiare di quartiere per una miglior distribuzione territoriale delle cure, razionalizzando le risorse. Perché non pensare ad HUB territoriali da cui parte l’assistenza medica, infermieristica e socio-assistenziale, come modello di sanità pubblica territoriale da perseguire allargando sempre di più la possibilità di accesso a questo stile di cura personalizzato con il supporto della telemedicina?
    Mi permetto infine per concludere il mio intervento di proporre di riservare al servizio civile regionale, istituito con la legge regionale n.5 del 14 giugno 2017 e mai finanziato, la possibilità di inserire animatori di comunità e facilitatori di processi nelle collaborazioni prima descritte, per lavorare con l’aiuto di giovani volontari ad un vero cambiamento delle prospettive sociali, che coinvolga nuove e vecchie generazioni.

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