Mons Crociata: «In questo tempo è necessario ripartire dall’essenziale»

La festa di oggi ravviva in noi la coscienza del dono più grande che il Signore Gesù ha lasciato nel sacramento eucaristico. Si rianima così il senso di gratitudine che definisce lo stesso sacramento e forma l’atto più perfetto di culto e di preghiera della Chiesa. Il raduno di tutte le comunità parrocchiali della città, che quest’anno riprende pur ancora senza la processione, esprime questa forte convinzione condivisa e la sostanzia con una partecipazione corale che esprime plasticamente il senso di unità e di comunione che promana dal sacramento e che esso continuamente realizza ed edifica.

Nella fase di ripresa sociale che ci accingiamo a intraprendere la domanda che avvertiamo riguarda il nostro compito e il nostro posto in essa. Avvertiamo, insieme al desiderio di ricominciare, una serie di scricchiolii che ci inquietano e vorremmo mettere a tacere. E seppure non manca lo sforzo e l’impegno di tanti, sentiamo l’esigenza di nuove motivazioni e di nuove certezze per andare avanti. La festa di oggi ci aiuta ad affrontare tale stato di cose con l’invito a trovare un fondamento solido su cui costruire e da cui intraprendere il cammino, pur in mezzo a incertezze e timori.

La festa del SS.mo Corpo e Sangue del Signore esalta il sacramento centrale della fede cristiana, insieme al Battesimo, perché esso ci riporta alla sorgente viva e permanente dell’essere cristiani e dell’essere Chiesa. Dalla morte e risurrezione di Gesù, infatti, scaturisce il tutto della nostra fede. Ma la morte e la risurrezione di Gesù non possono essere ridotti a meri oggetti della devozione cristiana, bensì trasmettono un modo di vivere e di portare a compimento la vita umana secondo Dio e il suo regno. La suggestione che viene da questa considerazione è forse semplicemente che, anche in questa fase delicata di passaggio, bisogna riprendere da lì le mosse per affrontare le sfide di questo tempo in cui si cumulano crisi sanitaria, crisi sociale e crisi nella Chiesa.

Non facciamo fatica a intercettare una parola – anche se non è l’unica, ma rimane cruciale – che collega le tre letture bibliche, e cioè il sangue. È il sangue dell’alleanza del brano di Esodo; il sangue del mediatore della nuova alleanza che supera e porta a compimento i sacrifici antichi attraverso un sacrificio unico e definitivo, secondo Ebrei; il sangue che Gesù offre nel segno del calice del vino nel quale consegna il significato e la realtà del proprio sacrificio sulla croce, nella pagina evangelica. Questo tema unificante non è un accorgimento accomodato in funzione della liturgia di oggi, ma è un motivo portante della storia della salvezza e della sua struttura soteriologica. Dio ci salva per tramite del sacrificio del Figlio, il quale in Gesù offre se stesso alla morte perché attraverso il suo sangue – segno e luogo della vita – la sua stessa vita divina possa essere comunicata a quelli che devono essere salvati.

Il sangue di Gesù è l’unico sacrificio che salva, ma la sua salvezza raggiunge chi si lascia salvare accogliendo e facendo propri la scelta di Gesù e il suo stile di vita. Essere raggiunti dalla salvezza equivale a lasciarsi coinvolgere nello stile di vita di Gesù, nel quale intenzioni e opere, parola e vita si corrispondono meravigliosamente. Non ci può essere salvezza là dove non si tenda verso tale meravigliosa corrispondenza. La stessa misericordia è tale perché non si limita a cancellare il male, ma si compie creando il bene della vita nuova secondo il Vangelo di Gesù. Chi incontra la misericordia cambia vita e comincia a seguire Gesù sulla via del dono di sé. Questo è infatti il tratto specifico e la connotazione esistenziale del discepolo di Gesù: smetterla di vivere per se stesso e imparare l’arte di vivere per gli altri e di dedicarsi al bene che Dio ha predisposto per loro anche attraverso di noi.

Da queste considerazioni sulla Parola di Dio scaturiscono domande ineludibili. Che cosa dobbiamo fare perché la nostra azione ecclesiale – di pastori e ministri, ma anche di fedeli impegnati non solo nelle attività pastorali proprie della comunità ecclesiale, ma anche di laici immersi nell’intreccio sociale di lavoro e di relazioni con una missione di testimonianza e di annuncio, discreto quanto si voglia ma coerente – perché la nostra azione ecclesiale, dunque, porti a realizzazione la missione per la quale la Chiesa esiste? Quali sono i cambiamenti che dobbiamo apportare alla nostra organizzazione ecclesiale perché si acquisisca e si manifesti sempre più chiaramente il senso del dono e della dedizione come caratteristico dei discepoli di Cristo?

Dobbiamo temere di trovarci nella condizione di chi si affatica e si affanna dietro a impegni e attività che hanno perduto di vista l’essenziale che Gesù ci ha consegnato nel sacramento del suo amore. L’agitazione che Gesù rimprovera a Marta è una tentazione grave, quando si pensa che un attivismo ripetitivo delle cose che si sono sempre fatte abbia il potere di risolvere d’un tratto o addirittura fare svanire le questioni inedite che l’epoca nuova imperiosamente presenta.

Dobbiamo ripartire dall’essenziale e, per far questo, aiutarci a trovare le forme e le condizioni per riscoprirlo attraverso e oltre tutto ciò che la tradizione, la consuetudine e anche le pratiche abituali ci hanno consegnato e ci spingono per inerzia a continuare. Chiediamo al Signore – da stasera – di illuminarci e di farci capire di che cosa abbiamo bisogno perché il rito eucaristico diventi anima e modello di un modo di vivere evangelico nel dono di sé, attento alle esigenze e alle attese di questa nostra epoca.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *